Anno 4.444 – Circuiti integrati. Umanità e memorie dal cosmo. Mostra antologica delle ultime opere di Enzo Pituello. A cura di Francesco Varanini e Andrea Martini. Spazio Vitale, Verona, 4 ottobre – 4 novembre 2025


Anno 4.444 – Circuiti integrati
Umanità e memorie dal cosmo

Mostra antologica delle ultime opere di Enzo Pituello
a cura di Francesco Varanini e Andrea Martini
Spazio Vitale, Verona, 4 ottobre – 4 novembre 2025

 

«C’est Fontana qui me demandait de faire une incision dans la toile. Il disait qu’il s’agissait d’une œuvre cosmique possédant une autre réalité (œuvre spatiale).
Évidemment lorsque j’avais 18 ans, je ne comprenais pas encore ce que voulait dire le Maître. Il affirmait aussi qu’il ne fallait pas se fermer à la couleur et à la toile,
et ne pas hésiter à utiliser tout ce qu’on avait sous la main dès qu’on avait une idée.»

I primissimi Anni Sessanta del secolo scorso, quando il giovane Enzo ascoltava la voce del Maestro, erano anni in cui le grandi macchine digitali esistevano già. Le chiamavano con nomi che oggi ci appaiono desueti: Cervelli Elettronici, Calcolatori. Erano macchine enormi, lontane dai cittadini, dalle nostre case, curate da specialisti in camice bianco. Eppure già in quegli anni c’era chi riteneva che in un prossimo futuro sarebbero esistite macchine superiori al cervello umano nelle operazioni affidate alla memoria e al giudizio razionale, macchine in grado di ricordarsi di tutto e di giudicare le situazioni più complesse senza sbagliarsi.

Sono passati sessant’anni, l’arco della vita d’artista di Enzo Pituello si è compiuto.

E sembra essersi compiuto anche il tempo previsto da coloro che sessant’anni fa, negli stessi anni in cui il Maestro Fontana ammoniva il giovane Pituello, immaginavano macchine autonome, intelligenze artificiali, robot capaci di sostituire noi esseri umani.

Oggi queste macchine sembrano già essere tra noi.

Viviamo in tempi in cui siamo invitati a credere nell’autonomia delle macchine digitali, ad affidarci ad esse, ad adeguarci alle loro notifiche, ed ora anche a rivolgerci a loro, alle macchine, chiedendo lumi e risposte alle nostre domande di senso.

Un obbligo sociale ci impone di avere macchine sempre con noi, vicino a noi, di fronte a noi, in mano, in tasca, nel lavoro e nel tempo libro. Macchine che pretendono di dirci cosa fare, come agire, chi essere.

Macchine destinate ad apparire al cittadino, ridotto a mero utente, come scatole nere di cui è possibile conoscere solo il risultato, la precisa funzione, l’effetto meraviglioso, autorevole, indiscutibile.

Macchine la cui fruizione è autoritariamente definita, a macchine il cui progetto pretende di imporci una una esperienza disegnata a priori.

Macchine che ci accompagnano in ogni istante della nostra vita. E in qualche modo ci fronteggiano: in un percorso comune, o un combattimento, in una gara, stanno tra di noi. Ci appaiono chiuse in sé, performanti, efficaci. Amichevoli, ma forse anche ingannevoli, o chissà ostili. Legate ad un loro progetto a noi ignoto.

Tutto questo è evocato nelle opere di Pituello. Evocato per essere riproposto come scherzoso, familiare oggetto denudato, spogliato dal suo segreto e dalla sua retorica. Svelamento giocoso, multicolore, provvisorio, di ciò che era coperto e negato alla vista ed alla comprensione del cittadino.

Se i progetti della computer science sono portati avanti in segrete stanze, in laboratori protetti dal segreto industriale; se i progetti sono descritti tramite un lessico tecnico incomprensibile per il cittadino… Il progetto di Pituello è un anti-progetto. Del quale, senza bisogno di tante spiegazioni, il senso -o il voluto non senso- ci risulta chiarissimo.

Le opere, infatti, appaiono non finite, non rifinite, alla portata del gesto del cittadino-non-solo-spettatore che non solo può aggirarsi per la sala, ma potrebbe – lo suggeriscono le opere stesse, aggiungere qualcosa all’opera. O togliere, chissà.

E il Maestro aggiungeva: “Non appena hai una idea, non esitare a usare tutto ciò che hai a portata di mano”.

Sarà forse così che tanti anni dopo, tornato nella terra natale dopo tanto girovagare, capitò ad Enzo Pituello di avere a portata di mano qualche aggeggio elettronico, e di vederlo, o immaginarlo, aperto, sbuzzato. Sarà capitato di mettere una mano dentro e di tirar fuori qualcosa.

Si possono vedere, ed estrarre dalla macchina morta i circuiti stampati. Ma cosa sa vedere l’artista. Queste piastrine verdi coperte da segni distesi in strani, labirintici percorsi, in apparenza uguali, ma sottilmente diversi l’uno dall’altro… Sono scarti, robaccia raccattati in una discarica, materiali destinati allo smaltimento. O forse anche, via via che si affinano le tecniche del riciclo, del riuso, dell’economia circolare, sono nuove materie prime.

Sono anche, in qualche modo, residuati bellici, tracce di una guerra che si sta combattendo a nostra insaputa, alle nostre spalle.

Robot come totem. Non macchine progettate, portatrici di un proprio progetto, intenzione o scopo. Figure simboliche per nulla ostili, invece, che proteggono e accompagnano. Stanno qui, vicino a noi, in attesa che noi diamo loro un senso.

Figure esplicitamente materiali. Tangibili. Anche qui troviamo nelle opere di Pituello stimoli per una lettura critica, confortante e piacevole, della cultura digitale.

La cultura digitale ci chiede infatti di accettare un affidamento fiducioso: viviamo ormai, ci viene detto, in una infosfera, in un’onlife, in un metaverso. Ci viene proposta una realtà simulata, virtuale, aumentata contenuta nella macchina, offerta dalla macchina, accessibile tramite la macchina.

Certo potrà esserci un’arte totalmente immersa in questa dimensione. Ma intanto godiamoci le opere di Pituello, accessibili a noi senza il bisogno di nessuna mediazione tecnica. Non c’è bisogno di visori, cuffie, guanti, interfacce digitali per ‘vedere’ l’opera.

Questi robot, questi pezzi di macchina messi in mostra, ci dicono che c’è sempre qualcosa di molto materiale, dietro la pretesa dematerializzazione che la cultura digitale si sforza di proporci.

La memoria, la capacità di calcolo, la forse a suo modo esistente ‘intelligenza’ della macchina stanno scritte su supporti fisici: i circuiti stampati esposti come opera d’arte stanno lì per ricordarcelo.

L’immaterialità è un inganno: nasconde l’ingombro, il peso, il costo.

L’opera di Pituello, così, è anche un monito. Un invito a guardare dietro e dentro. I circuiti stampati, i circuiti integrati, oggetti fisici, sono chiusi nelle interiora di macchine, oggetti fisici a loro volta, macchine disposte in serie, in file serrate, chiuse in server farm, data center, enormi edifici energivori, inquinanti, sprigionanti calore, occupanti vaste porzioni di territorio. Ma cancellate dalle mappe tanto quanto, o più dei siti militari.

Materie prime non rinnovabili sono estratte dalla terra. Cose non certo immateriali sono nascoste allo sguardo dei cittadini per motivi tecnici e politici.

L’opera di Pituello, con leggerezza e con semplicità, ci fa pensare.

Così, possiamo giungere ad una immagine riassuntiva. Quei poveri oggetti dalla dominante verde, i circuiti stampati salvati da Pituello, salvati dall’oblio e dalla discarica, preludono, da un punto di vista tecnico, ai più compatti, compressi, densi circuiti integrati.

Questa mostra è un circuito integrato e ci parla di circuiti integrati.

Il circuito ci fa pensare oggi a sottili, quasi invisibili filamenti e contatti, base materiale dell’elettronica. Ma dietro l’immagine del circuito sta un’altra immagine, che ci parla dell’inattingibile, ma sempre tentata perfezione a cui ambisce l’artista: il cerchio.

E dietro l‘integrato, l’integrazione sta, sempre risalendo a ritroso con l’immaginazione, il richiamo alla purezza del cerchio. Il cerchio è integro, intero, intatto. Il tocco dell’artista sui materiali restituisce loro la purezza formale, riconduce verso uno stato originario della natura.

E tutto questo avviene in un luogo che è, per volontà dei suoi fondatori, uno Spazio Vitale.

Un luogo di ripensamento della cultura digitale, un luogo di incontri, dove l’arte si integra, in un unico cerchio, con la parola condivisa, la conversazione, la discussione, la comune costruzione di conoscenza.

Qui la presentazione della mostra in formato pdf.

Qui la presentazione della mostra, pubblicata sulla rivista di arti visive Tutte quelle cose.

Qui uno scritto di Andrea Martini, che ricorda il senso della relazione maestro e allievo, nel comune lavoro attorno all’opera d’arte. Qui e qui due immagini relative all’opera di cui si parla nello scritto.