‘Il concetto di giustizia nell’era digitale’, nel quadro dell’incontro ‘Digitale e giustizia. Quale impatto?’, organizzato dai Liberi Universitari di Pavia. Sabato 29 marzo 2025, ore 16, Via dei Mille 130, Borgo Ticino (Pavia)


Qui la locandina in formato pdf

Qui il video dell’intervento di Francesco Varanini

Traccia che ho tenuto in mente, sabato 29 marzo 2025 a Pavia, invitato dai Liberi Universitari a conversare con Cinzia Gamba e Claudio Castelli.

Il mio punto di riferimento: Amartya Sen, The Idea of Justice, 2009. (Qui una mia recensione).

“Invece di accanirci a stabilire cos’è la giustizia ‘in principio’, facciamo il possibile, qui ed ora, anche magari per tentativi e errori, accettando l’imperfezione, facciamo il possibile per invertire il circolo vizioso della povertà e dell’ingiustizia.”

“Si tratta quindi di accettare la complessità del mondo. Piuttosto che cercare rappresentazioni perfette del mondo, partecipare -per quanto è possibile ad ognuno di noi- alla costruzione di un mondo meno ingiusto.”

“Non sta a noi definire cosa sarà considerato importante dai nostri figli, e da ogni generazione futura. Non sta a noi definire per loro gli ‘standard di vita’. A noi compete la responsabilità di lasciare agli altri lo spazio per scegliere in libertà quale vita vivere.”

“Per cogliere i trend, i segnali deboli, conviene essere disposti ad ascoltare la voce altrui. Ascoltare chiunque e dare spazio anche alle opinioni con le quali si è in franco disaccordo. L’esclusione è in sé una ingiustizia, ed è anche fonte di ulteriori ingiustizie, perché, ritiene Sen, solo tramite il dibattito in pubblico cresce una società meno ingiusta.”

Ho mantenuto sullo sfondo percorso:

Il 30 settembre 1784 Kant, risponde sulla rivista Berlinische Monatsschrift alla domanda: Cos’è l’Illuminismo?. L’incipit è emozionante. “L’Aufklärung, ci dice Kant,”è l’uscita dell’essere umano dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l’incapacità di servirsi della propria Verstand [intelligenza, senno, mente, ragione, animo] senza la guida di un altro”. “Sapere aude!”, osa conoscere! “Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!”.

Eppure, dice subito, “gli esseri umani rimangono minorenni a vita”. “È così comodo essere minorenni! Se ho un libro che ha Verstand per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che sceglie per me la dieta, ecc., non ho certo bisogno di sforzarmi da me”. “E’ dunque difficile liberarsi da una minorità divenutagli quasi natura”. Chi non ha mai avuto l’occasione di mettere alla prova la propria Verstand, resterà incapace di servirsene.

Kant mette in evidenza la stretta connessione tra l’atteggiamento passivo degli esseri umani e la presenza di Vormünder -custodi, guardiani, tutori di minorenne incapace- “che si sono assunti con tanta benevolenza la sorveglianza sugli esseri umani” da convincerli che “il passaggio allo stato di maggiorità, oltreché difficile”, è anche “molto pericoloso”.

Così l’elogio dell’esercizio della propria intelligenza da parte di ognuno con cui si apre l’articolo, dopo pochi capoversi è rovesciato in una scettica constatazione: gli esseri umani sono “placide creature instupidite come animali domestici”, grandi masse senza cervello, incapaci di pensare.

Sono passati oltre due secoli, ma vediamo benissimo in queste pagine la situazione dell’essere umano nell’Era Digitale. Grandi promesse non mantenute di nuovi spazi aperti alla libera conoscenza di tutti, ma nei fatti anonime folle di utenti di app e piattaforme, ognuno legato “ai ceppi di una permanente minorità”.

Potremmo aspettarci che Kant si indignasse di fronte a questo perpetuarsi della minorità. Invece, finisce per vedervi aspetti positivi. Perché qualsiasi libertà civile dei cittadini è subordinata al prioritario buon funzionamento della gemeinen Wesen [cosa pubblica, comunità, repubblica]. Per questo è necessario un Mechanismche garantisca ordine ed efficienza. La buona organizzazione esige che non solo lavoratori, ma anche dirigenti siano Theil der Maschine, parte della macchina. Non ci si può fidare di ciò che natura crea, non si può attendere che i cittadini aderiscano ai progetti del Governo. Perciò “il governo tramite una künstliche Einhelligkeit [un’armonia artificiale], dirigerà i comportamenti di tutti costoro verso pubblici scopi, o almeno li indurrà a non contrastare tali scopi”. Resta una sfera di libertà private, come la libertà religiosa, e si può anche “permettere ai sudditi di fare uso pubblico della loro ragione” esponendo pubblicamente “le loro idee sopra un migliore assetto della legislazione”, ma alla fine, per Kant, l’Illuminismo si riduce a questo: un Sovrano Illuminato. Egli, disponendo delle forze dell’ordine “a garanzia della pubblica pace”, può dire ai sudditi: ragionate quanto volete e su tutto ciò che volete; solamente obbedite!

Avendo  in mente l’argomentare di Kant, ci si può chiedere: i cittadini vogliono veramente la giustizia? E a chi compete cercare, mettere in campo e garantire ‘Giustizia’?

Nel Ventesimo Secolo seguendo Kant, le domande si ripresentano in tutta la loro gravità.

Possiamo osservare il manifestarsi, tra gli Anni Venti e gli anni Cinquanta, di due opposte voci: Hans Kelsen e Carl Schmitt.

Kelsen cerca, nei turbolenti anni del primo dopoguerra, cerca un ordine perfetto, ideale. Affascinante la sua Dottrina Pura del Diritto, con la sua distinzione tra ciò che accade nel mondo e le formali rappresentazioni del sistema normativo. Sistema che è una ingegneria perfetta, dove tutto discende dalla Costituzione. Che non è più una concessione del Sovrano Illuminato, ma un patto tra cittadini, un accordo sul comune interesse a definire regole del gioco chiare, una quadro di diritti inalienabili che sta alla base del potere legislativo, affidato ad organi eletti dai cittadini, del potere esecutivo e del potere giudiziario. Poteri in equilibrio, per via di un sottile gioco di contrappesi.

La migliore delle Costituzioni possibile, la Costituzione di Weimar, il più puro baluardo formale di una democrazia che voleva essere aperta, bilanciata, partecipativa -in fondo: ‘giusta’- però permise l’avvento della dittatura nazista.

Infatti a Kelsen si oppone, in quei tragici anni, Carl Schmitt che constata come nessuna astrazione del diritto possa negare l’opposizione amico nemico; affermazione di come -all’opposto dell’idea universalistica di Kelsen- il diritto è legato a una storia, a una terra, a una cultura.

Per Schmitt il concetto di giustizia sfuma inevitabilmente nel diritto del più forte. Al di là degli istituti formali, l’autorità sta in mano a il chi ha il potere di decidere in ultima istanza, in condizioni di eccezionalità e di urgenza. Il concetto di cittadinanza sfuma nel concetto di popolo, legato ad una terra e ad un capo carismatico. Schmitt appare quindi vicino alla conclusione scettica di Kant: quel po’ di giustizia che possiamo avere sarà offerta dal Sovrano Illuminato.

Ma poi nel secondo dopoguerra, sembra affermarsi un nuovo tempo di pace e di giustizia. Garantito da democrazie rappresentative, fondate su Costituzioni, processi elettorali, potere legislativo in mano ai rappresentanti dei cittadini, equilibrio dei poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario. E a livello globale organismi sovranazionali.

John Rawls, seguace di Kelsen, è il più fine teorico di questa stagione. Rawls, negli Anni Settanta, propone una accuratissima ‘metafisica della giustizia’. Per Rawls la giustizia è trascendente. Esiste in un luogo lontano da qui, in una sorta di cielo ideale, abissalmente lontano da questo mondo palesemente ingiusto. Rawls, in effetti, è erede estremo della ragione kantiana; e della filosofia post-kantiana, logico-formale.

Rawls affronta un delicato tema: chi può scrivere norme ‘giuste’, non inquinate da interessi di parte? Propone l’immagine di nobili ‘padri costituenti’ che assumono una ‘posizione originaria’, come fuori dal mondo, nascondendo a sé stessi, nel momento in cui stabiliscono le norme fondamentali, i propri personali interessi e giudizi dietro un ‘velo di ignoranza’. E’ una nobile immagine, ma sembra lontana dalla realtà e dal concretamente possibile.

Ben dentro in Ventunesimo Secolo, in piena era digitale, Amartya Sen, idealmente seguace del pensiero liberal democratico di Kelsen, e di Rawls -di cui era stato allievo-, si trova di nuovo a fare i conti con le ragioni sostenute da Carl Schmitt, e prima di lui da Kant: il cittadino è disposto ad assumersi responsabilità? Il padre costituente può veramente tenersi lontano dai propri interessi? E cosa accade nel mentre i complicati e lenti processi democratici si svolgono? Non arrivano le buone norme sempre troppo tardi? Non vige comunque la legge del più forte?

Sen è indiano, conosce molto bene la situazione di povertà di quella gran parte del mondo lontana dagli agi occidentali. Lontano dalla purezza formale di una democrazia astrattamente descritta e di criteri astratti di giustizia, Sen ci insegna a vedere gli spazi per una  sia pur imperfetta, zoppa, giustizia possibile negli anni dove le dittature appaiono più efficienti delle democrazie, e dove la democrazia è svilita dalla sua subordinazione ad un ordine dettato dalle tecnologie digitali.

Dopo Kelsen, oltre il suo maestro Rawls, tenendo anche di fatto conto di ciò che sostiene Schmitt, Amartya Sen, in piena era digitale, ci dice: invece di accanirci a stabilire cos’è la giustizia ‘in principio’, facciamo il possibile, qui ed ora, anche magari per tentativi e errori, accettando l’imperfezione, facciamo il possibile per invertire il circolo vizioso della povertà e dell’ingiustizia. Invece di affidarci (solo) alla Carta Costituzionale, invece di cercare la democrazia (solo) attraverso istituti giuridici accettiamo che in fin dei conti la democrazia è ‘discussione in pubblico’.

Conseguenze: giustizia nei tempi digitali:

Possiamo parlare di era di ‘era digitale’ ricordando che parliamo sia di causa che di effetto: l’economia, la finanza, la politica, gli interessi di una élite, generano una tecnologia. La tecnologia a sua volta determina economia, finanza, politica, cultura.

La tecnologia digitale finisce per ridefinire il concetto di giustizia.

Si afferma -a scapito di ogni altra élite; a scapito dei tradizionali poteri democratici: legislativo, esecutivo, giudiziario; a scapito anche a scapito dei politici di professione- una nuova élite di tecnici: tecnologi, tecnocrati digitali. Sono loro i nuovi Vormünder, i guardiani di cui parlava Kant.

I codici giuridici sono scritti da rappresentanti dei cittadini, in un quadro definito da costituzioni e norme di diritto. Sono scritti in testi e tramite linguaggi noti e trasparenti ai cittadini. Il codice digitale è invece scritto da puri tecnici non eletti ma auto-cooptati; ed è scritto in un linguaggio noto solo ai tecnici, illeggibile per il cittadino; linguaggio destinato ad essere compreso e recepito non dai cittadini ma da macchine.

Il cittadino vede via impoveriti i diritti dell’elettore e del legislatore, e retrocede ad utente di servizi erogati d’autorità dai detentori di piattaforme.

Il potere di fatto dei tecnologi e tecnocrati digitali può essere inteso come attacco alla giustizia. O ridefinizione della giustizia. I tecnologi hanno i mezzi per definire il terreno sul quale si svolge la vita civile.

Di fronte al nuovo potere di tecnologi e tecnocrati la risposta sta in una azione intensa della cittadinanza attiva. Amartya Sen ci fornisce indicazioni per trovare una via.