‘Cercare la pace nelle organizzazioni’. Articolo apparso nel Quaderno 16 della Fondazione Marco Vigorelli dal titolo: ‘Pace e conciliazione famiglia-lavoro. Famiglie e aziende in un contesto globale’


E’ uscito nel dicembre 2025 il Quaderno 16 della Fondazione Marco Vigorelli dal titolo Pace e conciliazione famiglia-lavoro: famiglie e aziende in un contesto globale.
La pubblicazione nasce dall’intuizione di Giacomo Vigorelli che lo ha curato insieme a Tiziana De Marino.

Qui il Quaderno.

Vi appare il mio articolo: Cercare la pace nelle organizzazioni.

Accanto agli altri articoli di Francesca Giorgia Paleari, Lucrezia Cavagnis, Francesco Varanini, Valerio Vasale, Costanza Marzotto, Matteo Moscatelli, Stefania Bertolini, Vittorio Coda, Mirko Montuori.

Questo l’incipit del mio  articolo:

Dire che la pace è l’opposto della guerra è veramente troppo poco.
Alla ricerca del senso, possiamo ricorrere all’etimologia. L’arcaico verbo latino pacere, come il sostantivo pax, derivano dalla radice pak, che ci parla dell’‘atto del pattuire’. L’idea di pace e l’idea di patto sono strettamente connesse.

La radice pak è contigua alla radice pag, ‘piantare’. C’è quindi l’originaria idea di ‘fissare’: ciò che è stabilmente fissato, ben piantato, solido, compatto, resiste come accordo. Ma basta ricordare il verbo latino pangere, discendente dalla radice pag, per allargare lo sguardo: al di là del ‘conficcare’ e del ‘piantare’, pangere ci parla di ‘fissare confini’, ‘intraprendere’, ‘comporre canti’, ‘celebrare’, ‘promettere in sposa’.

Dunque, come suggerisce il tedesco Frieden la pace non è solo ‘risoluzione di un conflitto’. È ‘stato di calma’, ‘quiete’, ‘armonia’, e più anticamente anche ‘area protetta, recintata’. Lo slavo mir apre ancor più l’orizzonte di senso: la parola ci parla di ‘pace’, ma anche di ‘comunità’, ‘mondo’, ‘universo’.
Così intesa, la pace ci parla di un atteggiamento, un modo di essere, ed allo stesso tempo un luogo, un ambiente. Il concetto di pace ci appare insomma come una lente, un’ottica che ci permette di osservare gli atteggiamenti umani, ed i mondi edificati ed abitati da noi umani.

Passo quindi a parlare della pace come organizzazione:

Organizzare è un continuo ‘rimettere in sesto’. Il sesto è il compasso. Il nome deriva dall’esagono, che rappresenta la sempre provvisoria approssi- mazione alla perfezione del cerchio. La pace, in- fatti, è un tentativo, una approssimazione. Ogni patto è provvisorio; o meglio: deve essere riconfermato istante dopo istante.

della pace come etica incarnata:

L’etica può essere magari anche riassunta in prin- cipi, in valori. Ma resta ineludibile il fatto che l’etica esiste solo se la si pratica. Se se ne parla in astratto, in modo distaccato dalla nostra personale e quo- tidiana vita, è perché non riusciamo a praticarla. Perciò possiamo parlare di etica incarnata. Con- siste in fondo nel vivere in carne propria, sulla propria pelle e allo stesso tempo nel proprio animo, la fatica di essere sé stessi ‒ evitando di adattarci comodamente a ciò che altre persone decidono per noi.

del lavoro come ricerca di pace:

Il lavoro non è per l’essere umano solo cessione di tempo o conoscenze in cambio di una remunerazione. Il lavoro è esperienza vitale. Il lavoro è un continuo tentativo di ‘mettere in sesto’. Possiamo dunque dire: il lavoro è ricerca di pace. In un  primo senso: tensione verso il momento in cui, avendo fatto la nostra parte, potremo riposare: stare in pace. In un secondo più profondo senso: tensione verso il sentirsi, in ogni istante, in ogni momento del lavoro in pace.

della pace come responsabilità:

Cercare la pace significa proprio muoversi in zone di confine, incerte ignote.
Significa quindi: accettare di sentirsi in ansia. Allarmati. Turbati. Sconcertati. Insicuri delle scelte. Solo se proviamo questa ansia siamo veramente presenti, e possiamo quindi cogliere il presentarsi, il dischiudersi del nuovo.
La via sta nel trasformare l’ansia in impegno. Impegno nei confronti di sé stesso, dei nostri cari, di ogni altra persona, della società, della vita e della natura. Ogni persona al lavoro è chiamata a sentirsi responsabile. Respondere è in latino ‘ricambiare’, ‘rispondere a un impegno’. Responsum: re-, movimento inverso, precisa il senso di sponsum. Ci si sposa con un’altra persona. Ma si dice anche: ‘sposare una causa’. Altro connesso senso di spondere è ‘promettere’. L’agire dell’essere umano impegnato nel lavoro è pro-mettere: ‘mandare in avanti’.