Storia di un pittore, un quadro, un’amicizia, un luogo.
Era un piacere andare a trovare Marcello D’Arco nel suo studio al Forte Inglese. I quadri, poi, non possiamo sempre aspettare che vengano regalati. E’ giusto comprarli.
“Scegliete quello che volete”. “Vogliamo questo”. “Questo no. E’ l’unico che non posso vendere. Non è disponibile”.
Era un quadro ‘fuori serie’, un’opera che forse più di ogni altra, almeno fino a quei giorni, 2004, conteneva l’essenza dell’arte di Marcello D’Arco. “Conteneva” alla lettera, perché l’arte, la cifra distintiva dell’autore, in quell’opera non si mostrava dispiegata, ma solo allusa, affidata ai pochi, ai minimi segni indispensabili. In questo stava e sta il fascino di questo quadro.
Un quadro che il pittore aveva dipinto per sé. come un promemoria dei propri colori, delle proprie fonti di ispirazione, delle proprie forme. Come segno di fedeltà, di identificazione con il luogo dove nasce e risiede la sua arte: Portoferraio.
Un’opera forse neanche finita, certo non rifinita. Ma si sa che il lavoro attorno all’opera termina, per l’artista, nel momento in cui l’autore non ha più bisogno di lavorarci, o nel momento in cui non riesce più a lavorarci. Così quell’opera appariva perfettamente finita. E accanto alle altre inequivocabilmente differente: in quell’opera, le altre erano riassunte e anticipate, ridotte all’essenziale.
“Vogliamo questo. Dacci questo”. “Non lo vendo. Non posso venderlo. Deve stare qui”.. Marcello faceva sul serio. Ma poi dopo una lunga trattativa, che era anche un gioco tra amici, cedette. Purché l’opera fosse convenientemente esposta nella nostra casa di Milano, ci disse.
“Che titolo ha?”. “Bandiera rossa al Forte Inglese”.
(…)
La sua opera non poteva che nascere dentro Portoferraio. Dal suo studio al Forte Inglese – studio che gli fu dolorosamente sottratto – poteva osservare da un angolo strano la città, mentre vi era comunque immerso: le mura del Forte, le stesse pareti del suo studio, facevano parte del mondo che narrava e tramandava dipingendo. Era, naturalmente, anche un viaggio nella memoria personale. Muri, volumi architettonici, cielo e mare: credo che dipingere così, scene senza persone, fosse anche un modo per mantenere pulita la memoria, l’Argòos limèn dove sbarcarono gli Argonauti di Giasone, l’insediamento etrusco, la Fabricia romana, la Ferraia medievale, ma soprattutto, per Marcello, la città rifondata da Cosimo de’ Medici nel 1458. La Portoferraio di Marcello D’Arco è sempre anche Cosmopoli: allo stesso tempo celebrazione di Cosimo, e prototipo della città ideale totalmente progettata come simbolico luogo rinascimentale di benessere – il cosmo: ordine, armonia, bellezza, opposto al caos della materia informe, dell’insensatezza sociale e politica. In questo senso, viviamo tutti a Portoferraio, e l’opera di Marcello D’Arco parla a tutti noi. Ci parla di un luogo dove stare in pace, in sintonia con se stessi. Così stava Marcello nel suo studio, a pensare, a leggere e a scrivere, e a tentare nuove forme con matite e pennelli – e talvolta con legni, quasi al modo di uno scultore. Forme portoferraiesi e potrei dire ‘cosmopolitane’, ricerche di un ordine antico e senza tempo nel disordine di oggi, salvaguardia nel ricordo di forme pure, conservate pulite nella memoria, al di là del decadimento dettato dal tempo e anche purtroppo causato dalla trascuratezza e dal degrado urbano. E del chiasso turistico estivo – che Marcello esemplarmente riassumeva nel muoversi incongruo, in quelle strade antiche, del falso trenino carico di visitatori stranieri e distratti.
Marcello D’Arco conserva per noi la forma immacolata della città. Semplificazione estrema della geometria, spoglia di ogni barocchismo; abissale apertura sulla complessità: angoli infiniti, invisibili cisterne sotterranee sopra le quali si eleva possanza delle fortificazioni immerse nel verde, armoniosamente emergenti dai rilievi delle colline che si affacciano sul mare: tutto questo narrato con il minimo possibile dei segni.
E Marcello conserva allo stesso tempo, tramite la sua pittura – ci interessi o no, sappiamo vederla o no – la forma immacolata del suo essere, la sua storia personale ripulita di ogni bruttura, quella storia che per vaghi accenni mi raccontava in quel pomeriggio alle Prade.
Così, Bandiera rossa al Forte Inglese assume il valore emblematico della sintesi. Il titolo, di per sé paradossale e ironico ricordo di giovanile impegno politico che sogna l’impossibile, le campiture piatte stese sul supporto, i colori essenziali della città: il blu, i toni del bruno, il grigio, lo spazio lasciato al rosa: sul quale, meglio che su qualsiasi altro sfondo, può stagliarsi il rosso della bandiera.
In Bandiera rossa al Forte Inglese Marcello dipinge il luogo dove sta bene, il luogo dove sta ora mentre dipinge. È un autoritratto. È una meta-opera. Per questo, nelle intenzioni, il quadro che non poteva essere né venduto né regalato.
Ospitando da tanti anni l’opera in casa mia, non posso fare a meno di contraccambiare, ricordando Marcello con queste parole, scomparso l’anno scorso.
Qui in mio articolo. Apparso il 23 gennaio su Tutte quelle cose – Rivista di cultura visiva contemporanea, diretta da Giovanna Gammarota.



