Francesco Varanini, Perché posso dirmi formatore, Editoriale Scientifica, Napoli, 2021
di Giuseppe Varchetta
Viviamo un tempo denso di allarmi, accumunati noi tutti dal mutamento come unico costante processo delle umane vicende. I figli, i nipoti, come scrisse in tempi non sospetti un grande storico, “assomigliano più ai loro tempi che ai loro padri”.
“Viviamo attanagliati da dubbi, minati da insicurezze, frustrati da un senso di impotenza” (ivi p. 84). Ci rendiamo conto, da una parte, come ogni definizione semplicistica sia di fatto una resa e, dall’altra, come “giorno dopo giorno si sia visitatori di nuovi territori … e come l’essere persone adulte … consista nell’accettare la condizione di chi è GETTATO, spaesato in un terreno inospitale, ignoto” (ivi pp. 54, 55).
Rimesso laicamente alle cose del mondo, Francesco Varanini offre un contributo di testimonianza senza rinvii e alibi. Le pagine che abbiamo in mano sono un testimoniare denso del nostro tempo: di fronte ad una fenomenologia eccessiva, questo denso, recente lavoro di Varanini è un provarsi, senza scetticismo e rassegnazione, a contenere questa vertigine, proponendo una modernizzazione riflessiva come compito collettivo. Il testimoniare di Varanini è capace di uno sguardo, contemporaneamente orizzontale e verticale sulla realtà, immergendosi totalmente in essa. Sottolinea la centralità di una metatematica (attraverso una argomentazione distribuita a più riprese all’interno di temi in sé diversi), una sorta di “cura” preargomentativa di ogni altra successiva riflessione: una interpretazione etico-antropolgica della rivoluzione digitale, come transito riflessivo inevitabile, lontano dal quale ogni operazione di senso risulterebbe sterile: “il passaggio al digitale non è tanto un evento, un fenomeno o una discontinuità strettamente tecnica, è invece il punto di svolta di un percorso storico, che ha visto l’essere umano elevarsi da un indistinto componente di popolo o massa, a cittadino- individuo consapevole dotato di libero arbitrio, diritti e responsabilità. Questo percorso si interrompe in conseguenza di una nuova saldatura tra classe politica e tecnici” (ivi p.182).
Connesso saldamente a questa traccia “epocale”, Varanini avvia la sua testimonianza riflessiva. La biografia professionale del nostro autore lo ha visto protagonista su scenari diversi: dall’antropologia, alla ideazione e gestione di progetti culturali diversi, alla gestione del Personale, alla formazione, fino alla critica letteraria. Nel conversare con l’universo organizzativo Varanini, sceglie e indica il suo “essere un formatore” come postura esistenziale elettiva.
È stato scritto come essere maestro ”costituisca il punto di intersezione tra condizione autentica e condizione inautentica della vita umana”.1 Tale scelta, nella testimonianza di Varanini, nutre così una prospettiva estetica, nella sottolineatura dell’essere l’est-etica a contenere l’etica e non viceversa.
“Pare ovvio dire che senza formazione non potremmo uscire dalle pastoie presenti, non potremo costruire il futuro. Ma viene anche da chiedersi che senso abbia investire oggi investire in formazione in un’epoca in cui sempre più frequentemente le persone al lavoro sono viste non come un investimento ma come un costo da minimizzare … Dovremmo concepire la formazione come sguardo gettato senza remore su quei terreni che ci appaiono oscuri e fonte di paura. La formazione consiste nel lavoro su di sé che ogni cittadino del mondo è chiamato a compiere e nella costruzione sociale di conoscenza” (ivi pp. 83, 84). In ascolto dei grandi spiriti dell’Illuminismo e dell’avvio del movimento romantico in Europa, Varanini sottolinea come sia conveniente intendere la formazione come Bildung, “forma formante”, il prendere forma: “il senso di Bild evolve da un iniziale significato di segno, al significato pieno di immagine. La bildung è il manifestarsi dell’immagine quindi la formazione, l’istruzione, l’educazione, la cultura” (ivi, p. 65).
La postura esistenziale prescelta dell’essere un formatore, nella visione (contemporaneamente scientifica e professionale) del nostro autore, si allea con un pensiero capace di sostenere la prospettiva epistemologica della ambiguità, come sentimento del tempo e non categoria etica. La ambiguità rimanda alla contemporanea presenza di grovigli cognitivi e sentimentali di segno opposto, con la necessità di saper sopportare il peso di tali incongruenze come via utile per una operazione di senso; in altre parole un dare una prospettiva di visione per il superamento degli stati di stallo e di crisi.
Nei corpi cavi nasce la vita; nelle aule della formazione, in sé corpi cavi, nasce l’apprendimento, un rinascere: occorre, reggendo l’ambiguità della sfida, “accettare che se è pur vero che la separatezza dell’aula dal mondo è una risorsa da usare … è vero anche il contrario: l’aula non è una difesa dal mondo, non merita di essere usata come strumento per evitare gli eventi e le connesse emozioni … andrà ovviamente tenuto in conto il valore della compresenza fisica: nessuna relazione virtuale on line potrà offrire a noi esseri umani il calore della relazione interpersonale faccia a faccia” (ivi pp.46 e 58). Ma occorre tuttavia riflettere, propone Varanini, in ascolto delle voci del nostro tempo e sottolineare come il pensiero della ambiguità ci assista nel riflettere che ”si tratta di storie e di consuetudini manifestatesi in un’epoca in cui non si disponeva delle risorse digitali e non si avevano di fronte le esigenze poste dalla scena digitale” (ivi p. 59). E lo smart working può essere così interpretato, proposto, vissuto come struttura onirica, elemento trasformativo, oggetto transizionale, col quale si può modellare una nuova relazione col lavoro e l’organizzazione.
Le cose hanno sempre più di un solo nome. Esiste uno spazio intermedio tra realtà e sogno e l’attenzione al sogno può essere una occasione trasformativa del sé, purché non si rigetti, tollerando ambiguamente l’onere di tali transiti, “il passaggio dal dolore e dalla fatica alla gioia della vita” (ivi p.137 ). Francesco Varanini, testimoniando Primo Levi, afferma, per offrire al mestiere del formare una prospettiva e, insieme, l’avvio di un processo senza fine, che “il lavoro, bene inteso, è una festa” (ibidem). Formare è, nell’est-etica di Varanini formatore, anche coltivare la speranza e, nel segno di una speranza paolina, assistere “i cittadini del mondo” a coltivare le proprie bibliografie, “traccia lasciata di un percorso personale … un modo di scrivere l’autobiografia” (ivi p.185). E così di riconoscere ed essere riconosciuti, dinamica centrale del formare e l’essere formati.
La presenza ricorrente in queste pagine e della formazione eletta dall’autore a postura esistenziale e del rimando ad un pensiero dell’ambiguità, assiste chi legge nel registrare alcuni nodi problematici richiamati dalla testimonianza di Varanini intorno al potersi definire “essere un formatore “. Si tratta, nel contribuire di Varanini, di un obbligo a un riflettere “oltre” intorno alla formazione, questione centrale del nostro tempo costretto ad un apprendimento incessante; un “impensabile, indicibile” e tuttavia transito non evitabile. In altre parole, una prospettiva orientata ad affrontare il rischio del comprendere quando e dove chi apprende abbia il controllo consapevole delle proprie forme di apprendimento. E lungo questa traccia Francesco Varanini crea una complicità empatica con chi legge, esposti tutti “ad un atteso imprevisto”, una sorta di sospensione verso la costruzione di un sé collettivo pensante.
I nodi problematici proposti dalle pagine di Varanini vanno al di là di suggestioni connesse con l’armamentario metodologico della vulgata della formazione, soprattutto manageriale.
Le emergenze qui annotate sono da accogliere come tracce, trame aperte, spazi ancora non del tutto esplorati, liberi e, come tali, capaci di offrire occasioni di un riconoscimento tra chi apprende e chi insegna, caratterizzato dalla reciprocità.
Un primo nodo problematico, in sé trama aperta, è il tratto autobiografico emergente da queste pagine, pur nella non proposta di una ordinata autobiografia. Il pensiero multidimensionale di Varanini, capace di misurarsi con la complessità della esperienza organizzativa, si propone un tentativo, in questa circostanza di scrittura sulla formazione, di riformulazione del suo consueto approccio testuale. Queste pagine di Varanini sono una struttura ipertestuale, in sé una allegoria della complessità: labirintiche, aperte nel proporre un impegno a chi legge.
Varanini apre i singoli testi, allargando gli specifici, contingenti significati, costruendo proposte di relazione tra i diversi suoi interventi: un unico ipertesto dedicato ricorsivamente all’universo della formazione. Tale prospettiva tuttavia non tende a conseguire un modello interpretativo esaustivo, ma offre un potenziale connettivo a chi legge. Una sorta di responsabilizzazione verso un proporre una libera ricomposizione, creata da chi legge i vari contributi offerti: restituire così all’autore, attraverso molteplici ristrutturazioni del suo ipertesto, una sua inattesa biografia, calata nella “formazione, questione del nostro tempo”. Una esperienza duplice, di scrittura e di lettura, proposta anche come un metametodo formativo: un, “tu che mi guardi, tu che mi racconti”.2
L’invito individualizzato a chi legge a sciogliere ogni ritrosia nel continuare a riflettere sull’essere della formazione, ”mi interessa il fatto il formatore può e deve mettersi in gioco” ( ivi, p. 28) [ raramente un nodo problematico è stato espresso tanta chiarezza] è proposto da Varanini attraverso alcuni punti fermi di una personale interpretazione – questo è il secondo nodo problematico – del ruolo del formatore: “ciò che nutre il formatore è l’ “esperienza” del personale apprendimento … il formatore risponde innanzitutto al dovere morale di formare se stesso. È in virtù di questa esperienza che può poi permettersi di accompagnare un’altra persona in un percorso, che sarà un suo percorso personale, come lo è stato il percorso praticato dal formatore” (ivi, p. 55,). La sottolineatura della ricorsività tra autoformazione e il formare, assume in Varanini una prospettiva di imperativo civile: “il maggior difetto della formazione sta nell’abuso del ruolo; sta nell’esercizio di un potere difensivo. Il formatore ha la possibilità di nascondersi dietro l’autorità che gli è concessa” (ivi, p. 78). Lo sguardo allargato all’interazione con la società civile, consente a Varanini di sottolineare, di fronte al mutamento endemico del nostro tempo – e siamo al terzo nodo problematico – la necessità di percorsi di discontinuità nelle strategie formative: “il progetto… fallì perché le diverse famiglie professionali impegnate nel complesso lavoro non seppero parlarsi tra di loro … Il lavoratore andrà accompagnato nell’allontanamento da mestieri divenuti obsoleti e preparato ad una vita di lavoro che sarà un continuo passaggio da un mestiere a un altro … Si tratta ora di accompagnare la trasformazione di quella rassicurante competenza [la professionalità di origine] in altre, del tutto differenti” (ivi pp. 51, 54). Il superare i limiti delle corporazioni medievali è, sottolinea Varanini, uno dei nodi problematici di indirizzo strategico della formazione del nostro tempo. La densità di una tale rete di nodi problematici, può essere più efficientemente affrontata arricchendo le prospettive di sguardo nelle diverse situazioni formative. È vivo oggi un forte bisogno, e un corrispondente desiderio, di interazione all’interno dell’esperienza organizzativa: la narrazione – questo è il quarto nodo problematico – può assistere gli esseri umani a non essere qualcosa di isolato e di distinto. Nelle storie particolari abbiamo tutti iniziato a narrare; l’individuo le funzioni trovano la strada per frammentarsi in un’esplorazione di mille identità, in una opposizione esistenziale al monoteismo, nella convinzione sempre più diffusa che per pensare anche meglio può essere spesso più efficace un raccontarsi soltanto.
La lunga poesia iniziale al testo di Varanini, un work in progress, la straordinaria interpretazione delle pagine di Wallace, il racconto biografico di alcuni pionieri della cibernetica, sono uno spaccato autorevole di cosa intenda il nostro autore con il “pensare per storie”.
Un libro d’amore, quest’ultimo di Varanini, per il proprio sé e per l’Altro, attraverso un mestiere, il formare, un processo senza fine, che non tollera scorciatoie e semplificazioni: “si vedono tante riduzioni di riflessioni importanti a pericolose semplificazioni legate all’esercizio di potere, a collusioni. Si finge spesso di essere d’accordo, anche quando non lo si è per nulla. E poi di qui nasce per me la consapevolezza di cosa sia per me la formazione” (ivi, p. 187).
È scoppiata una bomba invisibile che ha reciso molti rapporti e tutti noi rischiamo di perdere il nostro oggetto di senso. La meditazione sull’universo della formazione proposta da Varanini può aiutarci a riprendere il nostro individuale riflettere e a contribuire ad un rigenerato collettivo pensare
1 A. G. Gargani 1995, La figura del maestro. Esemplarità, autenticità e inautenticità, in, Filosofia ’94, a cura di G. Vattimo, p. 15
2 Il rimando è al libro di Adriana Cavarero (1997), Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, Feltrinelli, Milano